Benvenuti nel sito della Parrocchia Natività di Maria Vergine - Momo
Orari Sante Messe
Chiesa Parrocchiale Momo
MERCOLEDI ore 08.30
VENERDI ore 18.00
SABATO ore 18.30 (prefestiva)
DOMENICA
ore 11.00
Orari Confessioni
al termine delle funzioni
Adorazione Eucaristica
il giovedi dalle ore 20.00 alle 22.00
in Sala Martelli
Segreteria Parrocchiale
prenotazioni messe suffragio, certificati:
al termine funzioni- tel.3207958474
In evidenza
"Ero cieco
e ora ci vedo" —
La guarigione come incontro
Non è solo la vista che viene restituita.
È una relazione che nasce, cresce e finalmente si compie.
Siamo alla quarta domenica di Quaresima — la domenica del Laetare, cioè della gioia. Siamo a metà strada verso la Pasqua, e la Chiesa ci ferma un momento e ci dice: rallegrati. Non perché il cammino sia finito, ma perché sai dove stai andando.
Nelle ultime domeniche abbiamo camminato con Gesù nel deserto, dove la relazione con Dio viene attaccata e difesa. Lo abbiamo visto sul monte Tabor, dove quella relazione si trasfigura nella sua luce più vera. Domenica scorsa eravamo al pozzo di Sicar con la Samaritana — e abbiamo visto come Gesù si sieda ad aspettare una donna che veniva a quell'ora per non incontrare nessuno, come le chieda da bere per avvicinarsi, come vada alla sua ferita più nascosta non per condannare ma per guarire. Come lei alla fine dimentichi la brocca e corra a dire agli altri: venite a vedere un uomo che mi ha conosciuta. Oggi scendiamo ancora di più nella vita di tutti i giorni — in una strada qualsiasi di Gerusalemme, davanti a un uomo seduto che chiede l'elemosina, che non ha mai visto il sole.
E anche qui, il filo è lo stesso. Non è la cecità il protagonista di questo brano. È la relazione. È il modo in cui Gesù si avvicina a quest'uomo, e il modo in cui quell'uomo — lentamente, passo dopo passo, con la stessa fatica con cui cammina chi impara a vedere — arriva a incontrarlo davvero.
La sua storia è anche la nostra. Tutti abbiamo delle zone buie, zone dove facciamo fatica a vedere — Dio, gli altri, noi stessi. Questa domenica è l'invito a chiedere che anche i nostri occhi si aprano.
"Rabbì, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché sia nato cieco?"Gv 9,2
La prima cosa che colpisce in questo Vangelo non è il miracolo. È la domanda dei discepoli.
Vedono un uomo che non ha mai visto la luce del sole — cieco dalla nascita — e chiedono a Gesù: chi ha peccato? È una domanda crudele, anche se loro non se ne rendono conto. Parte da un'idea che tutti noi, in fondo, portiamo dentro: che la sofferenza sia sempre una punizione. Che se uno sta male, ci deve essere una colpa da qualche parte.
Ma c'è qualcosa di ancora più profondo, se si guarda con la chiave relazionale che stiamo seguendo in questa Quaresima. I discepoli, di fronte a quell'uomo, non lo vedono. Lo usano. Lo usano come caso teologico, come problema da risolvere, come banco di prova per una discussione sulla retribuzione divina. L'uomo è lì, con la sua storia, con il suo buio — e loro discutono su di lui senza incontrarlo.
È la stessa logica del potere di cui parlavamo nella prima domenica: non la relazione, ma l'uso. Non l'incontro, ma la classificazione. Il giudizio — chi ha peccato? — è sempre un modo per tenere l'altro a distanza, per non lasciarsi toccare dalla sua realtà.
Gesù smonta questa logica con una semplicità disarmante. Dice: "Né lui ha peccato né i suoi genitori." Punto. Nessun processo, nessun verdetto, nessun colpevole. Quello che c'è, invece, è un'occasione: "è nato cieco perché in lui si manifestassero le opere di Dio."
Gesù non sta dicendo che Dio ha reso quell'uomo cieco apposta per usarlo come strumento di uno spettacolo. Sta dicendo qualcosa di molto più profondo: che anche dentro la sofferenza più inspiegabile, Dio è presente e lavora. Che la storia di quell'uomo — tutto il buio che ha vissuto — non è priva di senso. È il luogo in cui Dio stava già preparando un incontro.
C'è un'altra cosa che colpisce in questo racconto, e che di solito passa inosservata. Il cieco nato non chiede nulla a Gesù. Non gli si avvicina, non lo implora, non gli dice "guariscimi."
È Gesù che lo vede. È Gesù che si avvicina. È Gesù che prende l'iniziativa.
Questo è il cuore relazionale dell'intero brano. Nella prima domenica di Quaresima avevamo visto come il tentatore cerchi di convincere Gesù di non essere amato — se sei Figlio di Dio, dimostralo. Sul monte Tabor avevamo sentito la voce del Padre che confermava: questo è il mio Figlio prediletto. Qui, in strada, quella stessa logica d'amore si manifesta nella forma più semplice: Dio che cerca l'uomo prima che l'uomo lo cerchi.
Spesso pensiamo che per ricevere qualcosa da Dio dobbiamo prima meritarcelo, o almeno chiederlo nel modo giusto, con le parole giuste, con la fede giusta. Qui invece succede qualcosa di diverso: un uomo sta semplicemente vivendo la sua vita, con il suo limite, con il suo buio — e Dio lo cerca.
molto prima che noi impariamo a parlare con Lui.
C'è una grazia che ci precede.
La guarigione del cieco nato è l'immagine perfetta di questa grazia: arriva prima della domanda. Non è una risposta a una preghiera — è un'iniziativa d'amore gratuita, non guadagnata, non meritata. È esattamente la logica opposta all'autosufficienza che smontavamo nella prima domenica: non devo conquistarmi l'amore di Dio. È lui che viene a cercarmi.
"Gesù fece del fango con la saliva, spalmò il fango sugli occhi del cieco e gli disse: 'Va', lavati nella piscina di Sìloe'. Quegli andò, si lavò e tornò che ci vedeva."Gv 9,6-7
E l'uomo va.
Non sa bene perché. Non ha ancora capito chi è Gesù — lo chiamerà prima "quell'uomo", poi "un profeta", poi alla fine "il Signore." La sua fede cresce mentre agisce. Ma è importante che non aspetta di capire tutto prima di muoversi.
Questo ci dice qualcosa di bello sulla relazione. Nelle relazioni umane più vere, c'è sempre un momento in cui ci si fida prima di avere tutte le prove. La fiducia — la vera fiducia — non è il risultato di una dimostrazione completa. È un atto libero che anticipa la comprensione, che si mette in cammino anche quando il quadro non è ancora chiaro.
Il cieco fa esattamente questo: si fida di una voce che ha sentito, di mani che lo hanno toccato, di qualcosa che non riesce ancora a nominare. E cammina verso la piscina con gli occhi pieni di fango. Non è una fede perfetta — è una fede che comincia. Ed è sufficiente.
Non è necessario avere tutto chiaro prima di fare il primo passo. Spesso è il contrario: si capisce camminando, non stando fermi ad aspettare certezze che non arrivano. La relazione con Dio non si costruisce prima in teoria e poi in pratica — si costruisce in cammino, un passo alla volta, lasciando che ogni passo riveli qualcosa di nuovo sull'altro e su di sé.
"Se foste ciechi, non avreste alcun peccato; ma siccome dite 'Ci vediamo', il vostro peccato rimane."Gv 9,41
Dopo la guarigione, i farisei interrogano il cieco e i suoi genitori. Cercano in tutti i modi di trovare un vizio formale, qualcosa per accusare Gesù. Il problema è il giorno: è sabato, e guarire di sabato non si può fare. Quindi Gesù, che ha guarito di sabato, non può venire da Dio.
Il miracolo è lì, davanti ai loro occhi — un uomo che era cieco e ora vede — ma loro non lo accettano, perché disturba le loro categorie.
E qui il Vangelo smette di parlare dei farisei e comincia a parlare di noi. Perché ci sono due tipi di cecità completamente diversi.
C'è la cecità di chi non vede e lo sa — come il cieco dalla nascita, che vive nel buio ma è aperto, disposto, capace di ricevere. E c'è la cecità di chi non vede ma è convinto di vedere benissimo — come i farisei, che hanno tutta la teologia a memoria ma non riescono a riconoscere Dio quando gli sta davanti.
è molto meno pericolosa
di quella di chi crede di vedere già tutto.
Perché almeno il cieco che sa di essere cieco accetta l'aiuto. Il cieco che crede di vedere lo respinge: non ne ha bisogno, lui ci vede già.
In termini relazionali, è la stessa chiusura che avevamo incontrato con le tentazioni del deserto: l'autosufficienza. I farisei non incontrano Gesù perché non hanno bisogno di incontrare nessuno — hanno già le risposte. La relazione richiede sempre una zona di vulnerabilità, un riconoscimento del proprio limite, una disponibilità a essere sorpresi. Chi è convinto di avere tutto chiaro non può essere sorpreso. E chi non può essere sorpreso non può davvero incontrare l'altro.
Quante volte non riconosciamo Dio quando si presenta in modi inaspettati, diversi da quelli che avevamo programmato? Quante volte la nostra certezza religiosa — le nostre abitudini, le nostre categorie, il nostro modo di pregare che non cambia da vent'anni — diventa un muro invece che una porta?
"Una cosa sola so: ero cieco e ora ci vedo."Gv 9,25
Di fronte alla pressione dei farisei — che gli chiedono di smentire, di spiegare, di rientrare nel sistema — l'ex cieco risponde con una semplicità che disarma.
Non ha argomenti teologici. Non conosce ancora abbastanza Gesù per difenderlo con un sistema dottrinale. Ha solo la sua esperienza. E quella esperienza non si lascia smontare da nessuna argomentazione, per quanto sofisticata: ero cieco e ora ci vedo.
Qui c'è qualcosa di profondamente vero su come funziona la relazione con Dio. Non si difende con la teologia — si testimonia con la vita. La domanda che conta non è: "sai spiegare come funziona?" Ma: "puoi dire cosa ti è accaduto?"
Carlo Maria Martini amava ricordare che la fede cristiana non è prima di tutto un sistema di idee da accettare, ma la memoria viva di un incontro. E un incontro non si argomenta — si racconta. Si porta con sé. Si lascia vedere nelle conseguenze che produce.
Il cieco porta con sé quella frase tutta la vita. Non sa molto. Ma sa quella cosa lì. Ed è abbastanza. Perché quella cosa lì è vera, e la verità delle relazioni vissute ha una solidità che nessuna obiezione riesce a scalfire completamente.
"Gesù seppe che l'avevano cacciato fuori, lo trovò e gli disse: 'Tu credi nel Figlio dell'uomo?'"Gv 9,35
C'è un momento finale nel racconto che è, forse, il più bello di tutto il brano.
I farisei hanno cacciato via l'ex cieco. Lo hanno espulso dalla sinagoga — che nella cultura del tempo significava non solo l'esclusione religiosa, ma quella sociale, familiare, comunitaria. Si ritrova emarginato, solo, fuori da tutto ciò che aveva conosciuto fino a quel momento.
E Gesù lo cerca di nuovo.
Non manda qualcuno. Va lui. Lo trovò — come aveva cercato l'uomo prostrato mentre era ancora nel fango. Come il pastore che lascia le novantanove pecore per cercare quella perduta. Come il Padre del figliol prodigo che vede il figlio ancora lontano e gli corre incontro.
Questo è il cuore della rivelazione relazionale di tutto il Vangelo di Giovanni: l'amore di Dio non si ritira di fronte al rifiuto degli altri. Non aspetta che l'uomo trovi la strada da solo. Non condiziona la sua presenza all'approvazione della comunità religiosa. Quando l'uomo è stato espulso da tutti, è esattamente lì che Gesù lo raggiunge.
Lo cerca soprattutto quando
tutti gli altri si sono voltati dall'altra parte.
E in questo secondo incontro accade la cosa più importante: Gesù non si limita a confermarlo, a consolarlo, a dirgli che andrà tutto bene. Gli fa una domanda diretta: "Tu credi nel Figlio dell'uomo?" È una domanda che chiede risposta. Che tratta l'uomo come un adulto, come qualcuno capace di una scelta libera. La relazione con Dio non è mai una dipendenza passiva — è sempre un incontro tra due libertà.
"Credo, Signore. E si prostrò dinanzi a lui."Gv 9,38
È la fine di un cammino. Non è avvenuto tutto in un momento — è stato un percorso, fatto di passi piccoli e di resistenze, di domande e di risposte parziali.
All'inizio del racconto, quell'uomo non conosceva neanche il nome di chi lo aveva guarito. Poi ha cominciato a chiamarlo "quell'uomo." Poi "un profeta." Poi ha difeso la sua storia davanti ai farisei, anche a costo di essere espulso. E infine, quando Gesù lo ha cercato di nuovo, ha risposto con le parole più semplici e più dense del Vangelo: Credo, Signore.
Questa progressione — da "quell'uomo" a "Signore" — è la traiettoria di ogni relazione autentica con Dio. Non si parte dall'alto. Si parte da un incontro concreto, da un fatto che ci è accaduto, da qualcosa che non riusciamo ancora a nominare bene ma che è reale. E poi, nel tempo, nel cammino, nelle prove attraversate — quella realtà si illumina. Quel volto prende nome. Quella presenza diventa riconoscibile.
La fede è un percorso, non un salto nel buio. Si cammina verso la verità raccogliendo indizi, lasciandosi interpellare dagli eventi, ascoltando quella voce dentro la propria coscienza. Il cieco ha fatto esattamente questo: ha camminato verso la luce, passo dopo passo, e alla fine l'ha trovata — o meglio, l'ha riconosciuta, perché era già lì.
E il gesto finale — prostrarsi — non è umiliazione. È il gesto di chi ha trovato qualcosa di più grande di sé, e si lascia finalmente sorprendere da quella grandezza. È il contrario dell'autosufficienza: è il riconoscimento grato di chi ha capito, alla fine, di non essere mai stato solo.
Questa Quaresima ci chiede di fare un po' quello che ha fatto il cieco nato: fermarci e chiederci quali sono i nostri buii. Ognuno di noi li ha.
C'è qualcuno nella tua vita che stai guardando come un caso invece di incontrarlo come una persona? Qualcuno di cui fai la diagnosi — chi ha peccato, lui o i suoi genitori? — invece di avvicinarti semplicemente?
C'è qualche zona della tua relazione con Dio in cui sei convinto di vedere benissimo, e per questo non riesci più a essere sorpreso? Qualche certezza che è diventata un muro?
C'è qualcosa che Dio ti ha già fatto — un momento della tua storia in cui è venuto a cercarti, anche senza che tu lo chiamassi — che hai smesso di custodire, di ringraziare, di portare con te come testimonianza?
Non ci viene chiesto di capire tutto. Ci viene chiesto di alzarci, fare il passo che possiamo fare, e fidarci che Qualcuno ci viene incontro — anzi, che ci sta già cercando.
Come ha cercato il cieco nella strada di Gerusalemme. Come lo ha cercato ancora dopo l'espulsione. Come continua a cercare ognuno di noi, anche nelle zone più buie, anche quando gli altri si sono già voltati dall'altra parte.
In quale zona della mia vita Dio sta cercando di venirmi incontro — e io sto resistendo, perché mi farebbe perdere una certezza a cui tengo troppo?
"Se tu conoscessi
il dono di Dio" —
La Samaritana al pozzo
Un incontro che non avrebbe dovuto accadere.
E che cambia tutto.
C'è una parola che attraversa tutta la liturgia di questa domenica. Una parola sola, ma che dice tutto.
Sete.
Il popolo nel deserto ha sete e mormora contro Dio. La donna di Samaria ha sete — non solo di acqua, ma di qualcosa che nessuna acqua ha mai saputo darle. E Gesù stesso, seduto al pozzo a mezzogiorno, ha sete.
Ce la portiamo dentro anche noi, quella sete. Spesso senza saperla nominare. È quella mancanza che non passa, quel vuoto che resiste anche quando tutto sembra andare bene, quel desiderio profondo di qualcosa — o di qualcuno — che finalmente basti davvero.
Il Vangelo di oggi è uno dei più lunghi e dei più belli di tutto il Nuovo Testamento. È una storia di incontro. Un incontro che cambia una vita. E se lo leggiamo con attenzione — con la chiave relazionale che stiamo seguendo in questa Quaresima — scopriamo che ogni sua parola, ogni suo gesto, è una rivelazione su come Dio si avvicina all'uomo. Su come funziona, davvero, la relazione tra Dio e la persona umana.
"Gesù, affaticato per il viaggio, sedeva presso il pozzo. Era circa mezzogiorno."Gv 4,6
Subito, un dettaglio che colpisce. L'evangelista Giovanni scrive: affaticato. Mezzogiorno. Gesù è stanco. Ha camminato a lungo. Ha i piedi polverosi, la gola secca. Si siede perché non ce la fa più a stare in piedi.
Il Figlio di Dio — Colui attraverso il quale tutto è stato fatto, Colui che sostiene l'universo nella sua esistenza — ha bisogno di sedersi e di bere. Questo non è un dettaglio marginale. È il cuore del mistero dell'Incarnazione. Dio si è fatto uomo davvero, non in apparenza, non come in un sogno. Si è fatto uomo con tutto quello che questo comporta: la fatica, il caldo, la sete, la necessità di appoggiarsi a qualcosa per riposare.
E poi: mezzogiorno. A mezzogiorno non si va al pozzo. Le donne di quel tempo andavano al pozzo la mattina presto, quando fa fresco, quando si incontrano le amiche, quando si chiacchiera. Andare al pozzo a mezzogiorno significa una sola cosa: non voler incontrare nessuno.
La donna che si avvicina ha una storia difficile. Cinque mariti, e quello attuale non è nemmeno suo marito. Una vita segnata dalla ricerca, dalla speranza, dalla delusione, e ancora dalla ricerca. Una vita che il villaggio conosce, commenta, giudica. E lei lo sa. Per questo viene a quell'ora. Per questo porta la sua brocca nel silenzio, quando le altre sono a casa e non ci sono occhi che la seguono.
Ed è esattamente lì — in quell'ora, in quel luogo — che c'è Gesù. Non per caso. La sta aspettando. È lì perché sa chi sta per arrivare. Sa tutto di questa donna, sa la sua storia, sa la sua sete, sa il suo dolore — e ha scelto di essere lì, ad aspettarla, prima ancora che lei arrivasse.
È già là dove stiamo andando.
È al pozzo della nostra vita,
nell'ora in cui pensiamo di essere soli.
"Dammi da bere."Gv 4,7
L'incontro comincia in modo sorprendente. È Gesù che chiede qualcosa alla donna. Chiede da bere a una peccatrice samaritana. Si mette nella posizione di chi ha bisogno. Si fa piccolo. Si fa dipendente da lei.
Questo gesto merita di essere contemplato. Nella prima domenica di Quaresima avevamo visto come il tentatore proponga a Gesù di usare il potere per affermarsi, per impressionare, per dominare. Gesù aveva rifiutato. Qui, ancora una volta, sceglie la strada opposta: non il potere che sovrasta, ma la vulnerabilità che avvicina.
Chiedere da bere a qualcuno è uno dei gesti relazionali più elementari che esistano. È dire: ho bisogno di te. Dipendo da te, almeno in questo momento. Non sono autosufficiente. Non arrivo da solo.
La donna rimane disorientata: "Come mai tu, che sei Giudeo, chiedi da bere a me, che sono una donna samaritana?" Tra Giudei e Samaritani c'erano secoli di ostilità. C'era il confine di genere — un uomo non parlava da solo con una donna in pubblico. C'era la distanza religiosa, quella geografica, quella sociale.
Gesù supera tutti questi confini con una domanda semplice. Non vede le categorie, non vede le etichette, non si ferma alla storia pubblica di questa donna. O meglio: vede tutto — vede anche la storia, anche il peso — ma non si ferma lì. Va oltre. Guarda la profondità del cuore. Vede lei. Vede il suo desiderio più profondo, la sua sete più vera.
"Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: 'Dammi da bere!', tu stessa gliene avresti chiesto ed egli ti avrebbe dato acqua viva."Gv 4,10
È questa la frase che sta al cuore di tutto il brano. Se tu conoscessi il dono di Dio.
Come a dire: se potessi vedere quello che sta accadendo qui, adesso, tra te e me. Se potessi capire quanto è grande ciò che ti sto offrendo in questo momento. Se sapessi chi sono davvero.
È anche la frase che Gesù rivolge a ognuno di noi. Se conoscessimo davvero il dono di Dio — se capissimo davvero Chi si fa presente in questa Eucaristia, Chi ci parla in questa Parola, Chi ci aspetta in questo incontro — la nostra vita sarebbe diversa. Non saremmo qui per abitudine, per dovere, per tradizione. Saremmo qui come qualcuno che ha trovato la fonte e non riesce ad allontanarsi.
L'acqua viva di cui parla Gesù non è una metafora generica della grazia. È la relazione stessa con lui. È il fatto di essere conosciuti, di essere visti, di essere amati da qualcuno che sa tutto di noi — anche le parti che teniamo nascoste, anche le ore di mezzogiorno — e non smette di cercarci. Questa è l'acqua che disseta davvero. Questa è l'acqua che diventa sorgente zampillante, perché chi ha ricevuto questo amore non riesce a tenerlo per sé: trabocca, si riversa, vuole essere condiviso.
"Chiama tuo marito e ritorna qui."Gv 4,16
Il dialogo va avanti, si approfondisce. E a un certo punto Gesù fa una cosa che spezza il ritmo della conversazione. Improvvisamente dice: "Chiama tuo marito."
Perché? Perché interrompere un discorso così alto — sull'acqua viva, sulla sorgente che non si esaurisce — per andare a toccare la ferita più nascosta di questa donna?
Perché Gesù non può darle l'acqua viva senza passare attraverso la verità. Perché l'amore autentico non lascia le persone nella loro illusione. L'amore vero vede la ferita e la nomina — non per condannare, ma per guarirla.
Nella nostra cultura abbiamo una grande difficoltà con questa forma di amore. Preferiamo la gentilezza che non disturba, la relazione che non chiede cambiamenti, l'amicizia che conferma invece di interpellare. Ma quella non è la profondità della relazione — è la sua superficie. La vera prossimità richiede il coraggio di dire la verità, di toccare la ferita, di rischiare il conflitto per amore dell'altro.
La donna non si difende. Non mente. Dice soltanto: "Non ho marito." Ed è vero. È la prima volta, in tutta la conversazione, che dice una cosa completamente vera su se stessa. Non sappiamo quanto le costi. Ma è un momento di verità. E Gesù riconosce il suo coraggio: "Hai detto bene." Non la giudica. La incontra esattamente lì, in quella verità parziale e faticosa, e la porta avanti.
Le nominano — con cura, con rispetto,
senza condannare — per poterle guarire.
"Dio è spirito, e quelli che lo adorano devono adorarlo in spirito e verità."Gv 4,24
Verso la fine del dialogo, la donna sposta il discorso sul terreno religioso — forse per allontanarsi dalla ferita appena toccata, forse perché l'incontro sta diventando così intenso che ha bisogno di respirare. Chiede: dove si deve adorare Dio? Sul monte dei Samaritani o a Gerusalemme?
È una domanda vera, non solo una distrazione. È la domanda di chi ha vissuto in una terra di confine, in un'identità religiosa contestata, e vuole sapere se c'è un posto dove le sarà permesso di avvicinarsi a Dio.
Gesù risponde con una delle affermazioni più grandi di tutto il Vangelo di Giovanni: Dio è spirito, e quelli che lo adorano devono adorarlo in spirito e verità. Non un luogo geografico. Non un monte o una città. Non una forma esteriore da rispettare. L'adorazione vera abita dentro. Abita nel cuore che si apre, nella mente che riconosce, nella volontà che si lascia toccare.
Questo non significa che i luoghi, i riti, i sacramenti siano inutili — tutt'altro. Significa che tutto l'esteriore deve essere animato dall'interiore. Significa che puoi essere in chiesa ogni domenica — come ci siamo noi questa mattina — e non aver ancora adorato in spirito e verità. E puoi trovarti in un posto banale, in un'ora qualunque, e incontrare Dio davvero. Come questa donna. Come il cieco della settimana prossima. Come Gesù stesso, seduto stanco su un bordo di pietra a mezzogiorno.
La relazione con Dio non ha confini geografici, non ha orari prefissati, non ha categorie di merito che la rendono possibile. È disponibile sempre, a chiunque, esattamente dove si trova — con la propria storia, con le proprie ferite, con le proprie ore di mezzogiorno.
"La donna intanto lasciò la sua anfora, andò in città e disse alla gente: 'Venite a vedere un uomo che mi ha detto tutto quello che ho fatto.'"Gv 4,28-29
C'è un gesto finale nel racconto che è, forse, il più rivelatore di tutti.
La donna se ne va — e si dimentica la brocca. Era venuta per quello. La brocca era il motivo del viaggio, lo strumento necessario, la ragione pratica per cui si trovava al pozzo. E se ne va senza. La lascia lì, accanto al pozzo, e corre a dire agli altri: venite a vedere un uomo che mi ha detto tutto quello che ho fatto.
La brocca dimenticata è uno dei segni più eloquenti di tutto il Vangelo. Indica che qualcosa di fondamentale è cambiato nella gerarchia delle priorità di questa donna. Era venuta per dissetarsi — e ha trovato qualcosa che disseta in modo così diverso che la brocca, semplicemente, non serve più. Non in questo momento. Non adesso che c'è questa cosa più urgente da fare.
Nota anche la forma del suo annuncio. Non dice: venite a sentire un profeta. Non dice: venite ad ascoltare una bella dottrina. Dice: venite a vedere un uomo che mi ha conosciuta. Che ha saputo chi sono. Che ha guardato tutta la mia storia — anche le parti che nascondo, anche le ore di mezzogiorno — e non si è voltato dall'altra parte.
Essere conosciuti davvero — essere visti fino in fondo, con tutta la nostra storia, con tutte le nostre ombre — e scoprire che quello sguardo non ci distrugge, ma ci libera: questa è la cosa più bella che possa capitare a un essere umano. Questa è la relazione che cambia la vita. Non la relazione che accetta solo ciò che mostriamo volentieri — ma quella che vede tutto e rimane.
e scoprire che quello sguardo
non ci distrugge, ma ci libera:
questa è la cosa più bella che possa accadere.
Siamo nel mezzo della Quaresima. Ognuno di noi porta la sua brocca — le sue preoccupazioni, i suoi problemi, le sue ferite, le sue stanchezze. Siamo venuti qui questa mattina con le nostre brocche in mano.
Il Vangelo di oggi ci dice che Gesù è già qui. È già seduto ad aspettarci. Non vuole la nostra perfezione. Non aspetta che sistemiamo prima la nostra vita. Ci chiede soltanto una cosa: di fermarci un momento, di posare la brocca, e di lasciargli dire chi siamo.
C'è qualcosa nell'incontro della Samaritana che vale la pena portare con sé per tutta la settimana. Gesù non ha cominciato dall'alto — dalla dottrina, dal giudizio, dall'elenco delle colpe. Ha cominciato da una domanda piccola: dammi da bere. Ha cominciato chiedendo qualcosa. Ha cominciato mettendosi in una posizione di bisogno.
Le relazioni più trasformanti nella vita spesso cominciano così. Non con grandi dichiarazioni, non con programmi elaborati — ma con un gesto semplice di avvicinamento, una domanda che apre, una vulnerabilità condivisa. L'incontro vero non si impone dall'alto. Si propone dal basso. E aspetta.
C'è nella tua vita una persona che porta la sua brocca all'ora di mezzogiorno — che vive in qualche forma di emarginazione, di vergogna, di solitudine — e che aspetta qualcuno che si sieda al suo pozzo senza chiedere prima di vedere i documenti? C'è qualcuno a cui potresti dire, semplicemente: dammi da bere — cioè: ho bisogno di te, mi fermo, ti ascolto?
Qual è la mia "brocca" — quella preoccupazione o ferita che porto con me ogni giorno e che non ho ancora posato davanti a Gesù? E qual è la mia "ora di mezzogiorno" — quella parte di me che nascondo perché temo lo sguardo degli altri?
Sul monte, con lui —
La Trasfigurazione come
rivelazione relazionale
Non è Gesù che cambia sul monte.
È la nostra capacità di vederlo.
La domenica scorsa eravamo nel deserto. Gesù solo, tentato, affamato. Il tentatore che cercava di convincerlo di non essere amato, di dover dimostrare, di poter fare a meno del Padre. E Gesù che resisteva — non con la forza, ma con la memoria di una relazione che regge.
Oggi siamo sul monte. La scena è radicalmente diversa. Non la solitudine del deserto, ma la luce. Non il silenzio della prova, ma la voce. Non il tentatore, ma il Padre.
Ma il filo è lo stesso. La Quaresima di Matteo si muove tra due poli che si rispondono: il deserto, dove la relazione con Dio viene attaccata, e il monte, dove quella stessa relazione viene rivelata nella sua profondità. Come se il Vangelo volesse dire: hai visto cosa si mette in gioco quando la relazione con Dio vacilla? Adesso vedi cosa c'è veramente in gioco. Adesso vedi chi è davvero colui che ami.
Il monte, nella Bibbia, è sempre il luogo dell'incontro. Mosè incontra Dio sul Sinai. Elia sente la voce del silenzio sottile sull'Oreb. E ora Gesù sale, e porta con sé tre discepoli. Non tutta la folla. Non tutti i dodici. Tre. Pietro, Giacomo e Giovanni — gli stessi che saranno presenti nell'orto del Getsemani, nella notte più buia. Come se Matteo volesse mostrare che la luce del Tabor e il buio del Getsemani appartengono alla stessa storia, alla stessa relazione.
"Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni suo fratello e li condusse in disparte, su un alto monte."Mt 17,1
C'è un gesto in questo versetto che di solito si legge troppo in fretta: Gesù prese con sé. Non disse ai tre di seguirlo. Li prese. Li portò. È un gesto di iniziativa, di scelta, di prossimità deliberata.
Carlo Maria Martini, nelle sue meditazioni su questo brano, sottolineava che la Trasfigurazione non è prima di tutto un evento cosmico o teologico. È un evento relazionale. È Gesù che sceglie di mostrarsi — non a tutti, non in pubblico, non con un annuncio solenne, ma in privato, con i più vicini, in un luogo separato dal resto.
Questo mi colpisce ogni volta. Il Figlio di Dio che si trasfigura davanti a tre pescatori. Non davanti ai sommi sacerdoti. Non in una piazza di Gerusalemme. Non con un gesto che impone. Con un atto di intimità.
E in questo c'è già una prima risposta alle tentazioni del deserto. Il tentatore aveva proposto a Gesù di rivelarsi con lo spettacolo — gettati dal pinnacolo del Tempio, vedranno e crederanno. Gesù aveva rifiutato. Ora si rivela, ma lo fa nell'unico modo che conosce: nella relazione. Non per impressionare, ma per donare. Non per dimostrare, ma per condividere.
Si rivela nell'intimità, a chi ha accettato
di stare vicino abbastanza a lungo.
"Il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce."Mt 17,2
Cosa accade sul monte? La risposta semplice è: Gesù si trasfigura. Ma cosa significa, esattamente?
La parola greca usata da Matteo è metemorphóthe — fu trasformato, trasfigurato. Ma i Padri della Chiesa sono sempre stati attenti a precisare: non è Gesù che cambia. È la percezione dei discepoli che si apre. Quella luce era sempre lì — era la luce della divinità che abitava in quell'uomo fin dalla nascita. Semplicemente, per un momento, il velo si solleva. I discepoli vedono ciò che è sempre stato vero.
È una delle intuizioni più profonde di tutta la tradizione cristiana: la trasfigurazione non aggiunge nulla a Gesù. Rivela ciò che c'è già. E questo vale anche per ogni relazione autentica.
Nelle relazioni umane più vere c'è sempre un momento di trasfigurazione — un istante in cui vediamo l'altro per quello che è davvero, al di là delle proiezioni, delle aspettative, delle paure. Non è che la persona cambia. Siamo noi che impariamo a guardare. È la nostra capacità di vedere che si allarga.
Forse è per questo che Gesù porta i tre discepoli sul monte proprio adesso, a metà della Quaresima, nel punto di mezzo tra il battesimo e la Croce. Come se volesse dire loro: guardate bene chi è colui con cui state camminando. Perché quando verrà il Getsemani, avrete bisogno di aver visto questa luce. Avrete bisogno di sapere che quella luce c'è, anche quando sarà nascosta.
"Ed ecco apparvero loro Mosè ed Elia che conversavano con lui."Mt 17,3
Eccoli. Mosè ed Elia. La Legge e i Profeti. I due grandi testimoni della storia di Dio con il suo popolo. E sono lì, sul monte, con Gesù. Non come fantasmi del passato, ma come presenze vive. Conversavano con lui — la parola greca indica un dialogo vero, uno scambio, una relazione in atto.
Ma per capire il peso di questa scena, dobbiamo chiederci: cosa rappresentano davvero Mosè ed Elia? Non sono semplicemente due grandi figure della storia biblica. Sono i simboli di due momenti fondamentali nel cammino relazionale tra Dio e il suo popolo.
Mosè è la Legge. La Torah. I dieci comandamenti. Non un codice burocratico — una struttura relazionale. Dio, dopo aver liberato Israele dall'Egitto, dona la Legge proprio come dono d'amore: ecco come si vive la relazione con me. Ecco come si risponde all'amore che ti ho già mostrato. I comandamenti non sono condizioni per essere amati — sono la forma concreta di una relazione già inaugurata. Sono il linguaggio che Dio insegna al suo popolo per parlare con lui e per vivere bene insieme.
Elia rappresenta i Profeti. E i profeti nella Bibbia hanno una sola missione fondamentale: richiamare Israele alla fedeltà della relazione. Dio ha scelto questo popolo, ha stretto con esso un'alleanza, lo ha amato con un amore che non recede. Ma Israele continua a distrarsi, a dimenticare, a tradire — a cedere alle stesse tentazioni di cui parlavamo domenica scorsa: l'autosufficienza, il dubbio, il potere degli idoli. I profeti sono la voce di Dio che torna instancabilmente a bussare: Torna. Ricorda. La relazione è ancora aperta. Non è troppo tardi.
Per secoli, dunque, la storia della salvezza si è mossa su questi due binari: la Legge che indica la forma della relazione, i Profeti che richiamano alla fedeltà quando ci si allontana. Un lavoro paziente, tenace, spesso ingrato. Un amore che non si arrende.
E ora, sul monte Tabor, accade qualcosa di inaudito.
Mosè ed Elia sono presenti — ma stanno parlando con Gesù. Non lo precedono più. Non lo preparano più da lontano. Sono davanti a colui verso cui tutta la loro storia tendeva senza saperlo ancora fino in fondo. E nella logica del racconto di Matteo, ciò che accade dopo è definitivo: quando la nube si dirada, non videro più nessuno, se non Gesù solo (Mt 17,8). Mosè ed Elia spariscono. Rimane Gesù.
Non è una scomparsa per cancellazione — Gesù stesso dirà che non è venuto ad abolire la Legge e i Profeti, ma a portarli a compimento (Mt 5,17). È una scomparsa per compimento. Come l'impalcatura che scompare quando l'edificio è terminato: non era inutile, era necessaria. Ma non è essa l'edificio.
D'ora in poi, la relazione con Dio non passa più attraverso l'osservanza esterna della Legge o attraverso i richiami dei Profeti. Passa attraverso il Figlio incarnato. Dio è sceso tra gli uomini. Non manda più messaggeri — viene di persona. E in Gesù, la distanza che la Legge cercava di colmare — quella distanza tra la santità di Dio e la fragilità dell'uomo — è definitivamente attraversata.
Ma c'è ancora un passo. Perché anche questo non basta. La presenza di Gesù nella storia è reale, ma temporanea nella sua forma visibile. Cosa succederà quando non sarà più fisicamente qui? Come potranno gli uomini vivere quella relazione in modo pieno, dall'interno, non solo come osservanza esterna?
È qui che si apre la promessa più grande: il dono dello Spirito. Già Ezechiele aveva intuito questo orizzonte: "Vi darò un cuore nuovo, metterò dentro di voi uno spirito nuovo, toglierò da voi il cuore di pietra e vi darò un cuore di carne" (Ez 36,26). La Legge era scritta su tavole di pietra — esterna, indicativa, capace di mostrare la strada ma non di percorrerla al posto dell'uomo. Lo Spirito sarà scritto nel cuore — interno, trasformante, capace di rendere possibile dall'interno ciò che la Legge richiedeva dall'esterno.
Questo è il progetto che la Trasfigurazione anticipa nella luce: non solo Dio che si avvicina in Gesù, ma Dio che abiterà nell'uomo attraverso lo Spirito. La comunione trinitaria — Padre, Figlio e Spirito — non resterà al di fuori dell'uomo come un ideale da raggiungere. Entrerà dentro. Si chiama, nella tradizione cristiana, inabitazione trinitaria: Dio che prende dimora nell'uomo, trasformandolo dall'interno in ciò per cui era stato creato.
La relazione che Adamo aveva spezzato nel giardino, che la Legge cercava di ricucire, che i Profeti difendevano con i loro richiami — quella relazione trova sul monte Tabor il suo annuncio definitivo: non solo sarà riparata. Sarà portata a un compimento che supera ogni attesa. L'uomo non solo tornerà a parlare con Dio. Dio abiterà nell'uomo.
Elia richiamava chi si perdeva.
Gesù è la strada fatta carne —
e lo Spirito la percorre dentro di noi.
Ma c'è ancora una domanda che vale la pena porsi: dove rimane Gesù, dopo che la nube si dirada e si scende dal monte? Dove va a finire quella luce?
La tradizione cristiana — e in particolare la grande arte liturgica delle origini — ha risposto a questa domanda in modo sorprendente. A Ravenna, nella basilica di Sant'Apollinare in Classe, c'è uno dei mosaici più straordinari dell'arte paleocristiana. Nell'abside, al posto della figura umana di Cristo trasfigurato, i mosaicisti del VI secolo hanno collocato una grande croce gemmata al centro di un disco stellato. Gesù non è rappresentato con un volto — è evocato da un cerchio luminoso, sospeso tra cielo e terra, circondato da stelle. Un simbolo che rimanda esplicitamente all'Eucaristia: il disco rotondo, la luce racchiusa in una forma semplice, la gloria nascosta sotto un segno povero.
Non è una scelta casuale. È una teologia visiva di straordinaria profondità. Quei mosaicisti avevano capito qualcosa che vale la pena custodire: la gloria che i discepoli hanno visto per un istante sul Tabor non è scomparsa con la discesa dal monte. È rimasta nella storia — ma in forma velata, nascosta, consegnata all'umiltà di un pane spezzato.
Nell'Eucaristia, il Cristo trasfigurato è presente. Non con la luce abbagliante del Tabor — quella era una concessione temporanea alla debolezza dei discepoli, un assaggio anticipato di ciò che sarà. Ma con la stessa realtà. Lo stesso Figlio prediletto del Padre. Lo stesso Colui che Mosè ed Elia riconoscevano. Lo stesso che rimase solo dopo che tutto il resto fu passato.
Ogni domenica, quando ci raduniamo attorno all'altare, siamo in qualche modo sul monte. Non vediamo la luce — la fede non è visione. Ma riceviamo colui che quella luce porta dentro di sé. E il gesto del sacerdote che eleva il pane — quel disco bianco, semplice, quasi povero — riecheggia, per chi sa vedere, il cerchio luminoso di Sant'Apollinare: la gloria nascosta, la presenza reale, il dono che non finisce con la discesa dal monte.
"Signore, è bello per noi essere qui! Se vuoi, farò qui tre tende, una per te, una per Mosè e una per Elia."Mt 17,4
Pietro parla. Come sempre, Pietro parla — e come spesso accade, dice qualcosa che è al tempo stesso comprensibile e completamente sbagliato.
Comprensibile, perché chi non vorrebbe fermare un momento così? La luce, la presenza, la certezza. "È bello per noi essere qui" — è una delle poche volte nel Vangelo in cui un discepolo esprime semplicemente una gioia, senza chiedere niente, senza fraintendere, senza litigare con gli altri su chi sia il più grande. Pietro è, per una volta, completamente presente.
Ma subito dopo scivola. Farò tre tende. Vuole costruire qualcosa. Vuole fissare il momento, renderlo permanente, trasformarlo in un luogo dove restare.
Mattino annota con discrezione tagliente: "Mentre ancora parlava…" La nube arriva mentre Pietro sta ancora parlando. Come se il racconto dicesse: Pietro, smettila di costruire. Ascolta.
E qui c'è una delle tentazioni relazionali più sottili e più universali: la tentazione di possedere la relazione invece di viverla. Di trasformare l'incontro in struttura, la presenza in istituzione, il dono in proprietà.
La conosciamo bene. Nelle relazioni umane: il momento in cui l'amore, invece di essere vissuto come dono che si rinnova ogni giorno, diventa qualcosa che si pretende di possedere, di controllare, di garantire con contratti e certezze. Nelle relazioni con Dio: il momento in cui la fede smette di essere cammino e diventa rifugio — non la fiducia in Qualcuno, ma la sicurezza di un sistema che funziona.
Chi vuole fermare il momento
ha già smesso di incontrare l'altro.
Le tende di Pietro non si costruiranno. Perché Dio non si lascia rinchiudere. Non perché sia lontano — ma perché la sua prossimità è sempre un dono che viene, non un possesso che si tiene.
"Questi è il Figlio mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto. Ascoltatelo."Mt 17,5
La voce. La stessa voce del battesimo, quasi parola per parola. "Questi è il Figlio mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto."
Al battesimo, quella voce era rivolta a Gesù. Era la voce del Padre che confermava il Figlio prima del deserto, prima delle tentazioni, prima della fatica del ministero. Era la certezza su cui Gesù si era appoggiato nel momento della prova: io sono già amato, non devo dimostrare niente.
Sul monte, quella stessa voce è rivolta ai discepoli. Ascoltatelo. Come se il Padre dicesse: quello che lui vi dice è vero. Fidatevi. Quello che vedete in lui è reale. Non è un inganno, non è un'illusione. Questa luce è la verità di chi lui è.
E poi aggiunge qualcosa che al battesimo non c'era: Ascoltatelo. Non solo guardate. Ascoltate. La Trasfigurazione non è uno spettacolo da contemplare. È una parola da ricevere. È una relazione da abitare.
Martini amava sottolineare che il verbo "ascoltare" nella Bibbia non è mai passivo. L'ascolto biblico — lo shemà di Israele — è un ascolto che impegna, che trasforma, che chiede risposta. Shemà Israel: ascolta, Israele — e poi agisci di conseguenza. Cambia vita. Orienta tutto a partire da ciò che hai sentito.
La voce del Padre sul monte non è un omaggio a Gesù. È un appello ai discepoli. E attraverso di loro, a noi: avete sentito chi è costui. Adesso, come vivrete?
"Gesù si avvicinò, li toccò e disse: 'Alzatevi e non abbiate paura.'"Mt 17,7
I discepoli sono caduti con la faccia a terra. La voce dalla nube li ha prostrati — non dal terrore del pericolo, ma da quella particolare forma di paura che è lo stupore di fronte a qualcosa di infinitamente più grande di noi. La paura sacra. Il timore di chi si accorge, per un momento, di stare davanti all'abisso del mistero.
E Gesù cosa fa? Si avvicina. Li tocca. Parla.
Questo è il gesto che più di ogni altro mi ferma in questo brano. Dopo la luce, dopo la nube, dopo la voce del Padre — Gesù si avvicina e tocca. Un gesto fisico, concreto, umano. Le mani di un uomo sulle spalle di altri uomini prostrati dalla paura.
È esattamente il contrario di quello che il tentatore aveva proposto nel deserto. Il tentatore suggeriva di usare il potere per impressionare, per dimostrare, per dominare. Gesù usa la vicinanza per rassicurare. Non dice: avete visto chi sono? Adesso mi rispettate. Dice: alzatevi. Non abbiate paura.
La gloria di Dio, nel Vangelo, non schiaccia. Solleva. Non impone. Libera. E lo fa sempre attraverso il gesto più semplice: la prossimità di qualcuno che si avvicina quando hai paura, e ti tocca, e ti dice che puoi alzarti.
Quante relazioni umane sarebbero trasformate se imparassimo questo gesto. Non la spiegazione, non la dimostrazione, non la correzione — il tocco. La prossimità fisica e spirituale di chi si avvicina quando l'altro è a terra e non lo lascia lì.
"Mentre scendevano dal monte, Gesù ordinò loro: 'Non parlate a nessuno di questa visione, finché il Figlio dell'uomo non sia risorto dai morti.'"Mt 17,9
Non si rimane sul monte. Si scende.
È la legge di ogni esperienza spirituale autentica, e Martini la ricordava sempre con fermezza: la consolazione non è il fine, è la preparazione. L'incontro con Dio sulla montagna non è il punto di arrivo — è la riserva di luce da portare nella pianura.
I discepoli scendono con qualcosa negli occhi che non avevano prima. Hanno visto. Non capiscono ancora — Matteo dice che erano molto sconcertati dalla frase sulla risurrezione — ma hanno visto. E quella visione è depositata in loro, come una memoria che aspetta il momento giusto per parlare.
Pensiamo a cosa significa questo nella concreta vita delle relazioni. Ci sono momenti nelle relazioni più importanti — con le persone care, con Dio, con la propria comunità — in cui qualcosa di vero si rivela. Un momento di grazia, di chiarezza, di luce. E poi si scende. Si torna alla vita ordinaria, alle incomprensioni, alle fatiche quotidiane.
La tentazione, come Pietro, è di costruire tende — di voler restare lì, in quel momento di grazia, invece di portarlo con sé nella discesa. Ma la grazia non funziona così. Non si porta trattenendola. Si porta lasciandola maturare dentro, come un seme che aspetta la stagione giusta.
Il silenzio che Gesù chiede — non parlate a nessuno, finché… — è anche questo: il tempo della maturazione. Non tutte le esperienze spirituali vanno raccontate subito. Alcune vanno custodite, come Maria custodiva nel cuore, fino a quando non si capisce abbastanza da poterle condividere senza distorcerle.
La Trasfigurazione non è solo un racconto su Gesù. È uno specchio in cui guardare le nostre relazioni.
C'è qualcuno nella tua vita di cui non hai ancora visto il vero volto? Qualcuno con cui cammini da anni, ma a cui hai smesso di guardare — davvero guardare — perché lo dai per scontato, perché la routine ha coperto la luce?
C'è qualche relazione in cui stai costruendo tende — cercando di controllare, di fissare, di possedere invece di accogliere il dono che viene ogni giorno rinnovato?
C'è qualcuno che è a terra, con la faccia sul pavimento per paura o per stanchezza, che aspetta semplicemente che qualcuno si avvicini, lo tocchi e gli dica: alzati, non aver paura?
E nella tua relazione con Dio: hai ancora il coraggio di salire sul monte con lui — cioè di lasciare i rumori, di stare in silenzio abbastanza a lungo da sentire qualcosa? O anche tu, come i discepoli prima del Tabor, lo segui ma non lo vedi ancora per quello che è?
La Quaresima è il tempo per salire il monte. Non necessariamente con esperienze straordinarie — la straordinarietà non si convoca. Ma con la disponibilità a essere portati. A lasciarsi prendere con sé, come Gesù prese Pietro, Giacomo e Giovanni. A non costruire tende. A non restare a terra per paura. Ad alzarsi quando una mano si avvicina.
C'è qualcuno — una persona, o Dio stesso — di cui non ho ancora visto il vero volto perché guardo da troppo lontano, o da troppo in fretta? Cosa dovrei smettere di costruire per poter finalmente ascoltare?
"Dove sei?" —
La tentazione come
rottura relazionale
Riflessione biblica sul Vangelo delle Tentazioni
C'è una domanda che risuona alle origini di tutto, e che non ha mai smesso di risuonare.
"Dove sei?"Gen 3,9
È la prima domanda che Dio rivolge all'uomo nella Bibbia. Non è una domanda geografica. Dio sa benissimo dove si trova Adamo. È una domanda relazionale. È la domanda di chi si accorge che qualcosa si è rotto, che qualcuno si è nascosto, che la prossimità di prima non c'è più.
Il peccato delle origini, Carlo Maria Martini lo ripeteva con insistenza nei suoi Esercizi Spirituali, non è prima di tutto una disobbedienza a una regola. È la rottura di una relazione di fiducia. È l'uomo e la donna che smettono di credere che Dio voglia il loro bene, e cominciano a guardarlo come un rivale.
"Dio sa che il giorno in cui ne mangerete si apriranno i vostri occhi e sarete come Dio."Gen 3,5
Il serpente non offre un frutto. Offre una solitudine. Sussurra che puoi essere "come Dio" — cioè senza Dio. Autosufficiente. Solo. E quella solitudine, una volta accettata, si propaga: Adamo si nasconde da Dio, poi accusa Eva, Eva accusa il serpente. La relazione si sgretola a cascata. Prima con Dio, poi con l'altro, poi con se stessi.
È in questo preciso punto della storia dell'umanità che si inserisce la scena del deserto. Gesù non va semplicemente a "digiunare quaranta giorni." Gesù va a ricucire. Va a rispondere, uno per uno, a tutti i punti in cui Adamo aveva ceduto. E lo fa restando fedele alla relazione là dove Adamo l'aveva tradita.
Mi fermo su questa parola: condotto. Non ci va da solo. Non è una fuga. È lo Spirito che lo porta lì, la stessa voce che al battesimo aveva appena detto: "Questi è il mio Figlio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto" (Mt 3,17).
Il deserto, nella Bibbia, non è mai semplicemente il luogo dell'assenza. È il luogo della relazione allo stato puro. Senza mediazioni, senza distrazioni, senza le mille cose con cui di solito riempiamo lo spazio tra noi e Dio, tra noi e gli altri, tra noi e noi stessi.
Oggi abbiamo un terrore profondo del deserto. Non sopportiamo il silenzio. Teniamo acceso lo schermo prima ancora di alzarci dal letto. Non perché siamo cattivi o superficiali — ma perché il silenzio ci mette a confronto con qualcosa che fa paura: la scoperta che, tolta tutta la rumore, non sappiamo più bene chi siamo. E soprattutto, non sappiamo più bene se siamo amati.
È esattamente in questo vuoto che si inserisce il tentatore.
"Se sei Figlio di Dio, di' che queste pietre diventino pane."Mt 4,3
Gesù ha fame. Una fame vera, fisica, concreta. Il tentatore lo sa, e gli propone una soluzione semplice: risolvila da solo. Hai il potere. Usalo. Non hai bisogno di nessuno.
Ma quella proposta è preceduta da un "se": se sei Figlio di Dio. Non è solo una tentazione di autonomia. È prima di tutto un dubbio identitario. Il tentativo di insinuare che forse la voce del battesimo non era vera, che forse quell'amore deve ancora essere guadagnato, che forse Dio non basta — e allora devi bastare tu a te stesso.
Adamo aveva ceduto esattamente qui. Aveva smesso di credere di essere già amato, già in relazione con Qualcuno che voleva il suo bene. E aveva cercato nell'autonomia ciò che aveva solo nella relazione.
"Non di solo pane vive l'uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio."Mt 4,4
La "parola" nella cultura biblica non è un'informazione. È una relazione. Vivere "di parola di Dio" significa riconoscere che non siamo fatti per bastare a noi stessi — siamo fatti per ricevere, per dipendere in modo libero e fiducioso da qualcuno che ci ama.
Siamo cresciuti in una società che ha fatto dell'autosufficienza un valore assoluto. L'intimità vera — quella che richiede vulnerabilità, esposizione, dipendenza — viene vissuta come un rischio da minimizzare.
È una forma raffinata di solitudine.
L'antidoto alla prima tentazione non è la forza di volontà. È la capacità di lasciarsi amare. Di dire "ho bisogno di te" — a Dio, e agli altri.
"Se sei Figlio di Dio, gettati giù, perché sta scritto che gli angeli ti sorreggeranno."Mt 4,6
Questa è la tentazione più insidiosa, perché colpisce al cuore di ogni relazione: la fiducia. Il tentatore usa le Scritture stesse per insinuare un dubbio: ma Dio ti ama davvero? Ne sei sicuro? Mettilo alla prova.
È la logica perversa del "vedere per credere" applicata all'amore. Ma chi entra in questa logica non trova mai la prova definitiva, perché ogni prova superata genera il bisogno di una prova nuova. È una spirale senza fondo.
Conosciamo tutti questa spirale nelle relazioni umane. Il "se mi vuoi bene, dimostramelo" che trasforma l'amore in una performance estenuante. Oggi questa paura è amplificata dai social media: pubblichiamo le nostre vite per misurare i like — che sono, in fondo, una misura dell'amore che riceviamo.
"Non tenterai il Signore Dio tuo."Mt 4,7
Gesù non ha bisogno di testare il Padre perché sa già di essere amato. Porta con sé la voce del battesimo: "Questi è il mio Figlio prediletto." Non è una conquista. È un dono già ricevuto.
Ma c'è qualcosa di più. Quella certezza non nasce solo da una voce sentita una volta sola. Nasce da una storia. Nasce dal fare memoria.
Chi cresce in una relazione vera — con Dio, come con le persone — accumula nel tempo una serie di momenti in cui ha sperimentato che quell'amore era reale. Situazioni difficili attraversate non da soli. Preghiere che sembravano cadere nel vuoto, e che invece, a distanza di tempo, si sono rivelate ascoltate in un modo che non si era saputo immaginare.
Questo "fare memoria" non è sentimentalismo. È la forma più concreta di fede. È ciò che permette, nel momento della prova, di non ricominciare da zero — perché quella certezza ha radici, ha storia, ha nome e data.
Israele nel deserto sopravviveva non solo grazie alla manna, ma grazie al ricordo: "Il Signore ci ha liberati dall'Egitto. Lo ha fatto. Lo abbiamo visto." E quel ricordo diventava coraggio per il giorno presente.
E questa memoria, se la si abita con calma, diventa qualcosa di più di un ricordo. Diventa il luogo della preghiera.
Ma la preghiera come ritorno —
al luogo dove Dio ci ha già aspettato.
Pregare è anche questo: sedersi davanti alla propria storia, rileggerla con occhi grati, e accorgersi che non si è mai stati soli. Che ogni momento difficile attraversato porta, impresso dentro, il segno discreto di una presenza che non è cambiata.
Questo modo di fare memoria ha un volto nella Scrittura. Ed è il volto di Maria. Luca lo annota due volte: "Maria serbava tutte queste cose, meditandole nel suo cuore" (Lc 2,19). Il verbo greco symballousa — "mettere insieme i pezzi" — rivela un lavoro interiore vivo e paziente. Non serve capire tutto. Basta custodire, con fiducia, ciò che Dio ha già seminato — e lasciare che, nel tempo, parli ancora.
Chi ha questa memoria non ha bisogno di mettere Dio alla prova. Sa già, per esperienza vissuta, che regge.
"Tutte queste cose ti darò, se ti prostri e mi adori."Mt 4,9
Il tentatore mostra a Gesù "tutti i regni del mondo e la loro gloria." La condizione è una sola: prostrati. Mettimi al centro. Ma mettere il potere al centro significa, inevitabilmente, spostare le persone ai margini. Trasformarle in strumenti.
Qui il collegamento con il peccato originale è di una precisione chirurgica. Dopo il cedimento nel giardino, le relazioni si distorcono: Adamo accusa Eva, Eva accusa il serpente, Caino uccide Abele. La logica del potere — io sopra, tu sotto; io uso, tu servi — si insinua nelle famiglie, nelle comunità, nelle strutture sociali.
Oggi quella logica ha assunto forme più sofisticate e difficili da riconoscere. Il genitore che confonde l'amore con il controllo. I partner che usano l'intimità come leva. Il leader che non tollera il dissenso. E, più sottilmente, dentro ognuno di noi: la tendenza a preferire uno specchio a un incontro vero.
Chi controlla non incontra mai davvero l'altro.
"Il Signore Dio tuo adorerai, a Lui solo renderai culto."Mt 4,10
Un solo centro. Quando Dio è davvero al centro — non il mio bisogno di controllo, non la mia paura della perdita — le persone tornano a essere persone. Non oggetti. Non specchi. Torna possibile l'incontro vero, quello che non teme la libertà dell'altro ma la celebra.
Gesù, nel deserto, sta rifacendo il percorso di Adamo. Sta riattraversando, punto per punto, ogni snodo in cui l'umanità aveva ceduto — e questa volta non cede.
Dove Adamo aveva scelto l'autosufficienza, Gesù sceglie la dipendenza fiduciosa dal Padre. Dove Adamo aveva ceduto al dubbio sull'amore di Dio, Gesù rimane ancorato alla voce del battesimo e alla memoria di una storia fedele. Dove Adamo aveva lasciato che la logica del potere distorcesse le relazioni, Gesù sceglie il servizio.
E lo fa non come un supereroe che non sente la fatica — lo fa come un uomo che ha fame, che è stanco, che è solo nel deserto. Lo fa dall'interno della nostra condizione umana, non al di sopra di essa.
Questo è il cuore della buona notizia: non siamo soli nel deserto. C'è qualcuno che l'ha attraversato prima di noi, e che non è uscito dalla parte sbagliata.
La Quaresima non è una stagione di rinunce ascetiche fini a se stesse. È un invito a guardare con onestà le proprie relazioni.
A chiedersi: dove sto cedendo alla tentazione dell'autosufficienza? Dove mi chiudo, dove faccio da solo, dove mi vergogno di aver bisogno?
A chiedersi: dove sto mettendo l'altro alla prova? Dove esigo prove d'amore invece di imparare a fidarmi? Dove ho smesso di fare memoria di ciò che Dio ha già fatto nella mia vita?
A chiedersi: dove uso le persone invece di incontrarle? Dove la logica del potere — sottile, quasi invisibile — ha preso il posto della relazione vera?
Non come colpe da portare, ma come porte da aprire.
"Il diavolo lo lasciò, e subito alcuni angeli gli si avvicinarono e lo servivano."Mt 4,11
Nel posto più arido, nel momento di maggiore solitudine, arriva qualcuno a servire. Arriva la cura. Arriva la relazione. E questo è già una piccola Pasqua.
Quale delle mie relazioni ha più bisogno, in questa Quaresima, di essere liberata da una di queste tre logiche — l'autosufficienza, il dubbio, il potere? E quale momento della mia storia con Dio posso tornare ad abitare, come luogo di preghiera?
La memoria
come luogo della preghiera
Pregare non è costruire qualcosa dal nulla ogni volta.
È tornare. Tornare dove Dio è già stato.
C'è una parola ebraica che vale la pena imparare, perché cambia tutto il modo in cui si capisce la preghiera. La parola è זָכַר — zakar. La traduciamo con "ricordare", "fare memoria". Ma quella traduzione è troppo piccola per contenere ciò che la parola porta dentro.
Nella Bibbia, quando Dio "ricorda" — "Dio si ricordò di Noè" (Gen 8,1), "Dio si ricordò di Abramo" (Gen 19,29) — non significa che prima si era distratto. Significa che agisce. Il ricordo di Dio è sempre un atto, una presenza che si fa operante. E quando Israele è chiamato a "ricordare" l'Esodo — "Ricorda che eri schiavo in Egitto e che il Signore tuo Dio ti ha fatto uscire" (Dt 16,12) — non si tratta di un esercizio mentale. È una ri-attualizzazione: ciò che Dio ha fatto una volta diventa vivo e presente ora. Tocca di nuovo.
Questo è lo scarto decisivo: la memoria biblica non è psicologica, è ontologica. Non sposta il passato nel presente come una fotografia. Lo rende operante come una forza viva. Il passato, nella logica dello zakar, non è mai veramente passato — è il luogo dove Dio ha già messo la sua firma. E tornare lì non è nostalgia. È incontro.
È da questa comprensione che nasce la proposta di queste pagine: la memoria, così intesa, è il luogo naturale della preghiera. Non uno dei luoghi possibili — il luogo. Perché è lì, nella storia personale già vissuta, che troviamo le tracce concrete di un amore che non dobbiamo immaginare, ma riconoscere.
Molte persone vivono la preghiera come una fatica che ricomincia sempre da zero. Ogni volta che si siedono in silenzio davanti a Dio, devono costruire qualcosa — trovare le parole giuste, produrre il sentimento adatto, convincersi che qualcuno stia ascoltando. E quando la sensazione non arriva, quando il silenzio resta muto, quando Dio sembra lontano, la tentazione è di concludere che la preghiera non funziona. O che non si è abbastanza bravi a pregare.
Ma questa difficoltà ha spesso una radice precisa: si prega nel vuoto, senza memoria. Si arriva alla preghiera come se Dio non avesse mai fatto niente nella propria vita. Come se tutto fosse ancora da dimostrare, da guadagnare, da costruire dal nulla.
I grandi maestri della spiritualità cristiana convergono su un punto che sembra semplice, ma è rivoluzionario: si impara a pregare imparando a ricordare. Non genericamente. Concretamente. La propria storia. I propri momenti. Le proprie ferite attraversate. I propri istanti in cui, forse senza accorgersene sul momento, qualcosa ha tenuto.
È tornare dove ci ha già aspettato.
Nessuno nella storia del pensiero cristiano ha esplorato il legame tra memoria e preghiera con la profondità di Agostino. Il libro X delle Confessioni è interamente dedicato a questa domanda: dove si trova Dio nell'uomo? E la risposta che Agostino costruisce, lentamente, con un rigore che non esclude la commozione, è questa: nella memoria.
"Ma dove dimori nella mia memoria, Signore, dove vi dimori? Quale stanza ti sei fabbricato, quale santuario ti sei edificato? Hai concesso alla mia memoria l'onore di dimorarvi, ma in quale parte vi dimori?"
La domanda è straordinaria per la sua concretezza. Agostino non chiede dove si trova Dio nell'universo o nella teologia. Chiede dove si trova nella sua memoria. Ed è disposto a cercarci davvero, passando in rassegna tutte le stanze di questo immenso edificio interiore — i ricordi corporei, i ricordi affettivi, i ricordi intellettuali — fino a trovare quella zona che supera tutte le categorie.
La conclusione a cui arriva è paradossale, e per questo vera: Dio non era nella memoria come un oggetto tra gli altri oggetti. Era la luce che rendeva possibile guardare tutti gli altri. Era, dice Agostino con una delle formulazioni più dense di tutta la teologia cristiana, "interior intimo meo" — più intimo della mia stessa intimità.
E il dramma che le Confessioni raccontano è esattamente questo: per anni Agostino aveva cercato Dio fuori di sé senza accorgersi che la fonte di quella stessa ricerca era già dentro di lui. Fino alla celebre confessione: "Tu eri dentro di me e io fuori. Lì ti cercavo."
Cosa significa questo per la preghiera? Significa che entrare in preghiera è, anzitutto, un gesto di rientro in se stessi. Non un volo verso qualcosa di lontano, ma un'esplorazione di ciò che è già lì, depositato nella storia personale, in attesa di essere riconosciuto. Le Confessioni stesse sono il modello di ogni preghiera matura: un uomo che rilegge la propria storia davanti a Dio, e in quella rilettura scopre — con stupore sempre rinnovato — che non era mai solo.
Quello che in Agostino è intuizione mistica e riflessione teologica, in Ignazio di Loyola diventa metodo. Un metodo preciso, verificabile, applicabile ogni giorno.
Gli Esercizi Spirituali indicano tre facoltà dell'anima con cui meditare: la memoria, l'intelletto e la volontà. L'ordine non è casuale. Prima viene la memoria — "portare alla memoria" il bene ricevuto da Dio, i peccati e la misericordia che li ha già attraversati, le grazie ricevute. Solo dopo l'intelletto può comprendere, e la volontà può muoversi.
"Portare alla memoria tutto il bene ricevuto da Dio: capire come la sua misericordia abbia salvato; muovere la volontà per rendere grazie."
L'esame di coscienza — quella preghiera breve che Ignazio raccomanda ogni sera — è precisamente un atto di memoria strutturata davanti a Dio. Non un inventario di peccati, ma una rilettura della giornata appena trascorsa con questa domanda: dove Dio stava? In quale momento ho sentito qualcosa che veniva da Lui?
Il frutto di questa pratica, nel tempo, è una memoria spirituale che si accumula. Un archivio vivo di momenti in cui Dio è già passato, a cui si può tornare quando la prova è dura e la fede sembra precaria. Non per rifugiarsi nel passato, ma per trovare nel passato le ragioni del presente.
È imparare a leggere la propria storia
come se Dio l'avesse scritta insieme a noi.
Il modello più alto di questa memoria orante non è un teologo né un maestro di spiritualità. È una donna giovane, di fronte a eventi che non capisce fino in fondo, che sceglie di non buttare via niente di ciò che le accade.
Luca lo annota due volte, con quella discrezione evangelica che dice più del silenzio che delle parole. Dopo la visita dei pastori alla mangiatoia: "Maria serbava tutte queste cose, meditandole nel suo cuore" (Lc 2,19). E di nuovo, dopo il ritrovamento di Gesù al Tempio: "Sua madre serbava tutte queste cose nel suo cuore" (Lc 2,51).
"Maria serbava tutte queste cose, meditandole nel suo cuore." (Lc 2,19) — "Sua madre serbava tutte queste cose nel suo cuore." (Lc 2,51)
Il verbo greco che Luca usa è symballousa — letteralmente "mettere insieme", "far collimare i pezzi". Non è il ricordo passivo di chi archivia. È un lavoro interiore vivo e paziente: prendere i frammenti della propria storia, tenerli davanti a sé, lasciarli parlare tra loro, aspettare che si illuminino a vicenda.
Maria non capisce tutto immediatamente. Ci sono momenti che la sorprendono, che la turbano. Ma non getta via niente. Non forza il significato. Custodisce. Lascia maturare. E in quel custodire fedele il cuore diventa il luogo dove la storia di Dio e la storia personale si incontrano e si illuminano a vicenda.
Questo è il modo mariano di fare memoria: non serve capire tutto. Basta custodire, con fiducia, ciò che Dio ha già seminato — e lasciare che, nel tempo, parli ancora.
C'è una domanda che vale la pena porsi con onestà: quando si fa memoria in questo modo, quando ci si siede davanti alla propria storia cercando di rileggerla — chi sta facendo cosa?
La tradizione cristiana risponde con una distinzione che è anche una consolazione: il lavoro è umano, ma la luce è dello Spirito.
Il "mettere insieme i pezzi" — raccogliere i frammenti della propria storia, tenerli davanti a sé senza fuggire — è un atto umano. Libero, faticoso, spesso incompleto. Richiede la decisione di sedersi, di fermarsi, di non riempire il silenzio. Richiede quella forma di coraggio che consiste semplicemente nel non scappare da se stessi.
Ma l'illuminazione — il momento in cui un frammento si accende di senso, in cui due esperienze lontane si rivelano collegate, in cui si vede in un evento passato ciò che prima era invisibile — quella non la produce l'uomo. Viene donata. Viene con la discrezione tipica dello Spirito Santo, che non sovrasta, non forza, non si impone. Si insinua nel lavoro già fatto, come la luce del mattino che non produce le cose, ma le rende visibili.
Lo abita dall'interno, e lo porta
dove da soli non saremmo arrivati.
È questa sinergia — libertà umana e grazia divina che si incontrano senza confondersi — che rende la preghiera della memoria così diversa da un semplice esercizio psicologico. Non si tratta di analizzare il passato per capirsi meglio. Si tratta di rileggere la propria storia come il luogo di un incontro che ha avuto — e continua ad avere — un protagonista che non siamo noi.
Tutto ciò che è stato detto fin qui ha senso solo se diventa pratica. Le grandi intuizioni spirituali muoiono se non trovano un gesto concreto, un'abitudine quotidiana che le incarni.
L'esame della sera — Prima di dormire, ripercorrere la giornata con una sola domanda: in quale momento ho sentito qualcosa di buono, di vero, di bello che non ho prodotto io? Non cercare eventi straordinari. Spesso è un momento piccolo — una parola ricevuta, una luce vista, una fatica attraversata senza cedere. Ringraziare per quel momento. Tenerlo.
Il diario spirituale — Scrivere, anche brevemente, i momenti della propria vita in cui la presenza di Dio si è fatta sentire. Una malattia superata, una relazione ricucita, un momento di pace inaspettata, una preghiera che sembrava caduta nel vuoto e che il tempo ha rivelato ascoltata. Questo diario diventa, nel tempo, il proprio libro delle prove — la memoria concreta da cui attingere nei momenti di buio.
La rilettura orante — Una volta alla settimana, riprendere uno di questi momenti e sedersi in silenzio davanti ad esso. Non per analizzarlo. Per abitarlo. Per lasciare che parli ancora. Per chiedere allo Spirito di illuminare ciò che, sul momento, non si era capito. Questa è la preghiera come zakar: non costruire qualcosa di nuovo, ma tornare dove Dio era già.
La memoria spirituale non si costruisce in un giorno. Si accumula lentamente, stagione dopo stagione, come gli anelli di un albero. Ogni difficoltà attraversata con fede, ogni preghiera fatta nell'aridità, ogni momento di consolazione ricevuto come dono e non come conquista — tutto questo si deposita, strato dopo strato, nell'archivio interiore di cui parla Agostino e che struttura Ignazio.
Chi è all'inizio di questo cammino non si scoraggi per l'archivio ancora piccolo. Ogni preghiera fatta oggi diventa domani un pezzo di memoria su cui appoggiarsi. Ogni momento di fedeltà — anche piccola, anche faticosa, anche senza consolazione — è una pietra posata. Non si vede subito l'edificio. Ma nel tempo, si scopre di stare in piedi su qualcosa di solido.
E chi, guardandosi indietro, trova la propria storia segnata da ferite grandi, da silenzi lunghi, da momenti in cui Dio sembrava assente — anche per lui la proposta vale. Perché spesso le ferite più grandi, rilette con il tempo e con fede, rivelano di portare dentro la presenza più discreta e più tenace. Non la presenza che evita il dolore, ma quella che lo attraversa insieme a noi.
Come Maria, che custodiva senza capire. Come Agostino, che trovò Dio nel luogo in cui non l'aveva cercato. Come ogni uomo e ogni donna che impara, passo dopo passo, che pregare non è costruire da zero ogni volta.
È tornare. Tornare dove Dio era già.
Una serata di grande musica e profonda emozione
MOMO Sabato 27.12.2025. La chiesa gremita e un’atmosfera carica di ascolto e partecipazione hanno fatto da cornice a un concerto davvero speciale.
Il soprano Dora Carofiglio Nicolosi ha incantato il pubblico con un’interpretazione raffinata e intensa, dando voce con straordinaria naturalezza sia ai brani più virtuosistici sia alle pagine più intime ed emozionanti della tradizione natalizia.
Accanto a lei, il Quartetto d’archi Pàrodos ha offerto un’esecuzione di altissimo livello, con una qualità di suono eccezionale e grande precisione espressiva, soprattutto nei passaggi più impegnativi.
Una serata di musica ad alto livello che ha aperto il cuore e che resterà nel ricordo di tutti come un momento di bellezza condivisa, in pieno spirito natalizio
La magia del Natale risuona a Momo con Dora Nicolosi e il Quartetto Pàrodos
Un grande evento per celebrare le festività tra virtuosismo barocco e tradizione natalizia
ANTEPRIMA:
A SETTEMBRE GIANLUCA BRUSATORE PRESENTERA'
IN PARROCCHIA IL SUO LIBRO TESTIMONIANZA
GIOVANI IN PREGHIERA
cammino di preghiera per i giovani della Diocesi
01 Marzo 2024 ore 21.00
Chiesa Parrocchiale di Momo
Inizia il tempo della Quaresima
MERCOLEDÌ DELLE CENERI:
Mercoledì 14 Febbraio, alle ore 18.00,
tutta la comunità è invitata alla S. Messa
di inizio della Quaresima
– con l’imposizione delle ceneri –
nella chiesa parrocchiale
Con il Mercoledì delle Ceneri inizia la Quaresima, il periodo di quaranta giorni che precede la Pasqua, in cui si è invitati particolarmente alla conversione. È rimasto come giorno principale di digiuno e astinenza dalle carni assieme al Venerdì Santo.
Simbolicamente, le ceneri indicano la penitenza, richiamano la caducità della vita terrena e la necessità della conversione.
Pertanto, siamo tutti invitati alla Celebrazione Eucaristica di Mercoledì 14 Febbraio, alle ore 18.00 nella chiesa parrocchiale.